Storia Karate

Molte sono le storie sulle origini delle arti marziali. E’ come se con, l’evoluzione, l’uomo abbia sentito sempre maggiore l’esigenza di aumentare le sue capacità di difesa.
Una delle prime testimonianze risale all’antico Egitto. Il faraone Menes fu un sovrano guerriero che riuscì nell’intento di unificare l’Egitto nel 3000 a.c.. Sulla sua tomba sono state ritrovate delle immagini raffiguranti scene di combattimento a mani nude molto somiglianti a delle tecniche di karate.
L’uomo a cui la leggenda attribuisce la nascita e la diffusione delle arti marziali nacque invece in India, in estremo oriente, tra il V e il VI secolo d.c.. Il suo nome è BODHIDHARMA. Egli fu il successore diretto di Gautama Budda, ventottesimo patriarca buddista e primo patriarca zen. Dopo la morte di Prajnatara, il maestro che lo aveva educato ad una particolare forma di buddismo basata sulla meditazione, Bodhidharma intraprese un lungo viaggio che lo portò in Cina, dove si stabilì per anni in un monastero Shaolin. Qui iniziò a insegnare ai monaci l’arte marziale del combattimento senza armi, combinandolo con segrete tecniche di respirazione.
Il concetto fondamentale del suo insegnamento è che vi sia un legame tra lo spirito e il corpo.
Da allora i monaci che si sottoposero ai suoi insegnamenti, divennero famosi per essere dei formidabili lottatori anche senza l’uso delle armi.
Non esistono testimonianze scritte che comprovino tutto ciò, dobbiamo affidarci alle numerose leggende e tradizioni che sono arrivate fino ai nostri giorni. Possiamo però affermare con certezza che la guerra tra Cina e Giappone ebbe una parte determinante nello sviluppo del karate.
Ben presto infatti l’arte marziale si diffuse anche in Giappone e in particolare sull’isola di Okinawa, prendendo il nome di OKINAWA-TE.
L’Okinawate si divise in tre scuole: SHURI-TE, NAHA-TE e TOMARI-TE.
Lo shuri-te prese il nome dalla capitale di Okinawa, Shuri, e veniva praticato dalla classe sociale più nobile. Era caratterizzato da movimenti rapidi e offensivi.
Il naha-te veniva praticato attorno alla grande città commerciale di Naha e presentava movimenti poderosi, finalizzati alla difesa.
Il tomari-te prese il nome dalla regione del porto di Okinawa, Tomari, ed era praticato da contadini e pescatori.

L’isola di Okinawa era uno dei territori ancora autonomi e fu a lungo conteso tra Cina e Giappone.
Con l’invasione del Giappone nei primi anni del 1600, venne vietato ai suoi abitanti l’uso delle armi per evitare qualsiasi tentativo di rivolta. E’ proprio in questo periodo che gli abitanti di Okinawa cominciarono ad esercitarsi assiduamente nelle arti marziali e con l’aiuto dei monaci shaolin cinesi diventarono dei combattenti molto forti e micidiali.
Conclusa la guerra e finita quindi la necessità dell’uso dell’arte marziale come difesa, nasce un nuovo modo di utilizzarla: si ritorna alle origini. L’arte marziale deve servire per il miglioramento del carattere e per raggiungere un’elevazione spirituale.
Okinawa divenne la culla delle arti marziali accogliendo i migliori maestri.
Fra questi vi è il maestro MATSUMURA il quale impostò un metodo sistematico di insegnamento, la sua arte era lo shuri-te. Tale iniziativa fu presa ad esempio anche dagli altri stili facendo sì che si evolvessero più rapidamente.
Nel frattempo, con la conquista dell’isola da parte del Giappone, l’arte marziale okinawa-te, prese il nome di KARATE.
Tra gli allievi di Matsumura ci fu il maestro ITOSU che ebbe il merito di introdurre il karate tra le materie scolastiche nel 1901.
L’importanza di questa innovazione è considerevole, finora il karate era stato una pratica individualizzata per cui un maestro guidava solo uno o due allievi alla volta. Con l’adozione di questo nuovo sistema il karate divenne una formazione di gruppo.
In Giappone, negli anni venti, gli stili ormai ben differenziati, vengono presentati al pubblico durante i festival di arti marziali o di educazione fisica e vengono codificati con nomi differenti a seconda dei loro maestri.
GOJU-RYU
Il maestro fondatore fu KANRYO HIGAHONNA.. Questo stile è l’unico mantenuto tale dalle origini. Il nome GO-JU fu tratto dal maestro Chojun Mijagi da un passaggio del Kempo Hakku che recita “ Ho goju don to”: “ La legge dell’universo respira dura e morbida”. In Giappone questo stile si diffuse nella regione di Kioto grazie all’opera del maestro Gogen Jamaguchi. I movimenti lenti e potenti richiedono grande vigore fisico. Tra i vari stili è quello che si è meno modernizzato.
SHITO-RYU
Fu creato dal maestro KENWA MABUNI allievo diretto del maestro Itosu e del maestro Higahonna. Lo shito-ryu si diffuse nella zona di Kobe. I movimenti sono morbidi ed eleganti, alternati a forti contrazioni muscolari, con posizioni tendenzialmente alte. Il nome shito-ryu è un omaggio ai maestri che più ebbero influenza sul maestro Mabuni: Itosu=shi e Higahonna=to, ryu=scuola.

WADO-RYU
Venne fondato nel 1937 da uno dei primi e più validi allievi del maestro Funakoshi, il maestro Hironori Otsuka. Egli fu il primo maestro fondatore di uno stile, ad essere originario del Giappone. Nato nel 1892 a Ibaragi, vicino a Tokio, cominciò in tenera età la pratica del jujitsu. Conobbe poi il karate diventando allievo di Gichin Funakoshi e rimanendo a lungo con lui prima di creare, consigliato dallo stesso maestro Funakoshi, un nuovo stile: il wado-ryu=via della pace. Questo stile somma influenze di jujitsu, shito-ryu, shotokan e aikido.
SHOTOKAN
Lo stile shotokan fu creato dal maestro GICHIN FUNAKOSHI. Il maestro nacque a Okinawa nel 1868 nel periodo storico in cui il Giappone passa dal feudalesimo all’era moderna. Appartiene ad una famiglia di funzionari molto legata alla tradizione, cosa che segnerà la sua vita. Funakoshi vorrebbe infatti studiare medicina, ma apprende che per farlo dovrà rinunciare alla sua tradizionale pettinatura: “uno studente di medicina non deve portare la crocchia”, questa è la regola. Nella società in cui è cresciuto i capelli raccolti a crocchia simboleggiano il rango della famiglia, la continuità con gli antenati. Il maestro non potendo accettare una simile umiliazione preferisce rinunciare alla medicina.
Funakoshi, in seguito, essendo di costituzione fragile e salute cagionevole, viene presentato al maestro Itosu perché lo introducesse allo studio del karate.
Grazie alle cure di un buon medico e al buon addestramento impartito dal suo maestro, Funakoshi migliora ben presto il suo stato di salute e a soli 12 anni passa sotto la guida del maestro Asato, uno dei più brillanti discepoli di Sokon Matsumura.
Ecco quello che scrive: ”In quell’epoca mi sono allenato ad un solo kata per molti mesi e perfino per molti anni. Dovevo continuare senza sapere per quanto tempo, fino a che il mio maestro dicesse ‘sì’. E il mio maestro non lo diceva mai. Per questo la durezza dell’allenamento è difficile da descrivere. Il maestro Asato non mi toglieva mai gli occhi di dosso per tutto il tempo degli allenamenti nel suo giardino. Egli rimaneva nelle veranda, seduto ben dritto sui talloni, senza cuscino. Era tuttavia già molto anziano e quando terminavo un kata, mi diceva solo ‘bene’, ‘sì’ o ‘ancora’, senza mai un complimento. Dovevo solo continuare a ripetere senza fine la stessa cosa, inzuppato di sudore. A fianco del maestro era sempre appoggiata una lampada a petrolio il cui chiarore pareva affievolirsi e talvolta mi accadeva di non percepirla più a causa della fatica. L’allenamento proseguiva fino all’alba.”
Con loro Funakoshi conosce due facce del karate.
Asato era come un guerriero secondo cui “Bisogna considerare le mani e i piedi dell’avversario come una spada.” Non bisogna dunque lasciarsi mai toccare.
Itosu invece non era molto alto e longilineo e diceva “Se l’attacco dell’avversario non è efficace si può anche ignorarne volontariamente l’effetto lasciandosi far toccare.” Quindi rafforzare il corpo contro i colpi è importante.
Nel 1921 Funakoshi è incaricato di dirigere una dimostrazione di karate fatta dai suoi scolari in occasione della visita del principe imperiale, mentre nel 1922 presenta il karate di Okinawa in un’esposizione nazionale di educazione fisica a Kyoto.
Grazie a Jigoro Kano (fondatore del judo) che ricopriva importanti funzioni al ministero dell’educazione, Funakoshi riesce a fare una presentazione a Tokyo e decide di rimanerci per diffondere l’arte di Okinawa. Si ritrova così senza lavoro, costretto ad abbandonare il suo posto da insegnante. Non avendo nessun altra risorsa, deve accettare di lavorare come portinaio in un pensionato per studenti provenienti da Okinawa. Vive in una camera di 5mq e le sue mansioni consistono nella pulizia quotidiana della casa e del giardino, nella distribuzione della posta e nell’accoglienza dei visitatori.
Purtroppo il suo lavoro serve solo a coprire le spese dell’affitto. Per provvedere alle sue necessità ottiene il permesso di utilizzare la sala conferenze per insegnare karate. Inizialmente ha pochissimi allievi, ma nel giro di pochi anni il loro numero cresce.
L’esperienza di insegnante emerge nel suo rapporto con gli allievi, i quali lo rispettano tanto più perché oltre al karate egli insegna uno stile di vita.
Nel 1935 il maestro scrive la sua opera più importante ‘Karate-do kyohan’, mentre nel 1938 viene costruito dai suoi allievi il primo DOJO di karate. Funakoshi lo chiamò SHOTOKAN che significa ‘la casa nel fruscio della pineta’.
Shoto fu lo pseudonimo che il maestro usò per firmare le sue opere.
In seguito il maestro scrive ‘I venti precetti della via del karate’:
1. Non bisogna dimenticare che il karate comincia con il saluto, e termina con il saluto.
2. Nel karate non si prende l’iniziativa dell’attacco.
3. Il karate è un complemento della giustizia.
4. Conosci dapprima te stesso, poi conosci gli altri.
5. Nell’arte, lo spirito importa più della tecnica.
6. L’importante è mantenere il proprio spirito aperto verso l’esterno.
7. La disgrazia proviene dalla pigrizia.
8. Non pensare che si pratichi karate solamente nel dojo.
9. L’allenamento del karate si prosegue lungo tutta la vita.
10. Vedi tutti i fenomeni attraverso il karate e troverai la sottigliezza.
11. Il karate è come l’acqua calda, si raffredda quando si smette di scaldarla.
12. Non pensare a vincere, ma pensa a non perdere.
13. Cambia secondo il tuo avversario.
14. L’essenziale in combattimento è giocare sul falso e sul vero.
15. Considera gli arti dell’avversario come altrettante spade.
16. Quando un uomo varca la porta di una casa, si può trovare di fronte a un milione di nemici.
17. Mettiti in guardia come un principiante, in seguito potrai stare in modo naturale.
18. Bisogna eseguire correttamente i kata, essi sono differenti dal combattimento.
19. Non dimenticare la variazione della forza, la scioltezza del corpo e il ritmo nelle tecniche.
20. Pensa ed elabora sempre.
Nel 1941 scoppia la guerra nel Pacifico e nel 1945 a seguito di un bombardamento il Dojo Shotokan viene annientato.
Nello stesso anno Funakoshi perde la moglie e dopo pochi mesi anche il figlio Joshitaka al quale aveva affidato lo shotokan.
A Joshitaka era stata diagnosticata la tbc, una malattia mortale prima dell’avvento dei moderni antibiotici, tanto che i medici avevano dichiarato che difficilmente avrebbe vissuto fino ai venti anni di età. E’ forse a causa della sua malattia che Joshitaka sembrava aver deciso di allenarsi con tutte le sue forze per raggiungere il più alto livello di maestria possibile prima di perdere la sua battaglia per la vita.
La sua forza di volontà e la sua forza fisica furono gli strumenti che lo portarono a creare nuove tecniche di gamba come: mawashi-geri, yoko-geri, fumikomi e ushiro-geri.
Joshitaka enfatizzò l’uso dei fianchi, la torsione del busto nella posizione di semiprofilo (hanmi) e la distensione della gamba posteriore con rotazione dei fianchi nel momento dell’esecuzione delle tecniche.
Purtroppo nel 1945 Joshitaka non ancora quarantenne morì.
In quel fatidico anno Funakoshi ha l’impressione di aver perso tutto.
Ma gli allievi anziani e gli studenti cominciano a tornare e nel 1949 si costituisce la Japan Karate Association (J.K.A.) con a capo Gichin Funakoshi che ha ormai 81 anni.
Il maestro muore nel 1957 a 89 anni.
Oggi in molti dojo campeggia la sua foto.

Taiji kase, nato il 9 febbraio 1929 a Chiba ( Giappone), è stato allievo diretto sia di Gichin Funakoshi che di suo figlio Yoshitaka. Inizia la pratica delle arti marziali a soli 6 anni. Kase, tuttavia, non inizia con la pratica del karate, ma con lo judo all’età di soli 6 anni. E’ a 15 anni che inizia a praticare il karate presso la scuola Shotokan di Tokio.
Già uno dei più qualificati istruttori della Japan Karate Association, il maestro Kase arrivò in Europa nel 1965 e da allora, dopo alcuni anni trascorsi in Olanda ed in Belgio, è sempre vissuto a Parigi.
La rettitudine del suo comportamento, la lealtà verso gli amici e gli allievi, la profonda umanità che lo contraddistingueva, facevano di lui un punto di riferimento preciso per quanti amano il karate al di sopra delle sigle.
Ecco quanto riferiva nel 2000 in un’intervista:
“Secondo lei, quali aspetti della pratica del Budo sono di grande rilevanza?”
“Uno degli aspetti più importanti nella pratica di qualsiasi Arte del Budo sono le ripetizioni di tecniche o di combinazioni. Ma queste non devono essere realizzate con qualsiasi forma: per esempio, quando qualcuno ripete molte volte una determinata tecnica o movimento, come 100 – 500 o 10.000 ripetizioni di Tsuki, deve guardarsi dentro e percepire le proprie sensazioni, perché probabilmente solo due o tre dei tsuki realizzati sono stati eseguiti correttamente (velocità, potenza, posizione), ossia efficacemente. E solo queste due o tre ripetizioni sono importanti, ossia quelle che devono essere ricordate. Perciò, bisogna essere molto ricettivi per sentire il momento in cui l’esercizio è riuscito bene, guardarsi dentro e registrare quella sensazione nella mente e nel corpo. Poi ci si deve domandare: per quale motivo questa volta mi è riuscito meglio delle altre? E questo è il salto dal quantitativo al qualitativo: questa è la cosa veramente importante nel processo di apprendimento, come passare da un livello all’altro. La prossima volta che praticherai quella od un’altra tecnica, dovrai provare a ricordare quelle stesse sensazioni, affinché in altre occasioni le tecniche vengano eseguite in sintonia con esse. In questo modo, nella migliore delle ipotesi, occorreranno solo cento ripetizioni per eseguirne due o tre correttamente. E così, ogni volta si progredirà più rapidamente e potremo trasferire le sensazioni corrette ad un maggior numero di tecniche.”
“ Che consiglio darebbe a tutti i karateka?
“Il mio consiglio per i praticanti di Karate-do è molto semplice. Devono prestare molta attenzione a quello che disse Gichin Funakoshi: “Karate Ni Sente Nashi” (nel Karate non esiste il primo attacco) e questo concetto deve essere profondamente compreso, sia a livello mentale che tecnico. Si deve far sì che il possibile aggressore comprenda mentalmente che è meglio per lui non attaccare, deve sentirlo ed accettarlo. Questo è il vero senso della massima ”Karate Ni Sente Nashi,” che l’avversario desista dal suo primo attacco.”
Il maestro ci ha lasciati il 24 novembre 2004.
OSS!
Possiamo concludere questo breve viaggio nella storia del karate con le parole del maestro Hiroshi Shirai:

“La vita del karate-do è bellissima, meravigliosa, molto modesta e difficile e anche molto dura, a volte durissima.
Ma colui che ha il coraggio e sincera fiducia nel karate e perseverando instancabilmente continua,……, continua……, ad un certo momento comincerà a percepire lontano, una luce. Non bisogna sforzarsi di capire cos’è.
L’importante è sentire che qualcosa aspetta e pian piano si avvicina e allora si comincia a capire cos’è.
L’albero del prugno è un albero molto modesto e spesso le persone non vi prestano molta attenzione. Però l’albero è molto forte dentro, molto forte fin nelle radici.
E’ un albero che nel gelido inverno mantiene internamente la sua forza e lottando attende la primavera. Sotto vento, neve e ghiaccio, non cambia, tiene la propria forza. Poi all’inizio della primavera fiorisce prima degli altri alberi, quasi senza dare disturbo. La sua fioritura è come il sorriso dal quale esce un fiore bellissimo.
Poi i petali del fiore cadono, e egli aspetta con dolce tenacia la prossima stagione, ancora, ancora, e così dura per sempre.
Così è la nostra vita, occorre viverla con spirito molto forte, senza mai perdere il sorriso, vivendo con dolcezza, senza litigi con gli altri. Camminando così, solo, sulla sua strada, l’uomo del karate vive questo ‘cammino di vita’ ( Do ), con forza e serenità, come l’albero di prugno.”

Hiroshi Shirai